Vi racconto il mio spettacolo. Così è (se vi pare)… Show!

Così è (se vi pare) ... Show!

 

Voglio raccontare, su questo blog nuovo di zecca (che si dipanerà, tra il serio e il faceto, tra la mia voglia incontenibile di esprimermi e raccontarmi e la serietà e l’impegno nei confronti del lavoro che svolgo), cosa mi ha portata alla scelta e alla messa in scena di questo riadattamento di Così è (se vi pare) di Luigi Pirandello.

Lo faccio partendo dal titolo, il quale ha subito una leggera trasformazione rispetto all’originale diventando Così è (se vi pare)… Show!

Ed è proprio questa parolina aggiunta che racchiude il senso di questa operazione. Show nel senso di spettacolo e, in questo caso, di spettacolo televisivo. Più precisamente Talk-Show.

L’idea era molto affascinante per me: partire dal tema pirandelliano della verità e del suo relativismo (poiché non esiste, secondo Pirandello, una verità oggettiva assoluta e uguale per tutti, ma tante verità soggettive e individuali diverse e anche discordanti l’una dall’altra, ma non per questo meno degne di essere prese in considerazione, generando così un relativismo delle forme, delle convenzioni e dell’esteriorità) e inserirlo all’interno di una scatola televisiva, che è appunto il talk-show, che di questa relatività e di questa rappresentazione esteriore della verità vive e si nutre, generando a sua volta una forma di verità ancora diversa e ancora più relativa perché deformata e filtrata dal mezzo televisivo che per sua natura genera mostri. Li genera e vi si nutre, sbattendoli in prima serata dentro le case di telespettatori che a loro volta sono sempre più avidi proprio di questi mostri.

Rileggendo il testo originale di Pirandello, la prima cosa che mi è saltata agli occhi è proprio la morbosità del contesto che gira attorno ai personaggi della vicenda. Tutta una popolazione di amici, vicini, parenti, sconosciuti, semplici conoscenti, tutti però assolutamente concordi nel voler sapere, indagare, nello spettegolare, nel commentare, nell’inventarsi trame, nel volere a tutti i costi trovare un colpevole: chi è pazzo dei due? la signora Frola? O il signor Ponza? Uno dei due deve esserlo certamente. Uno dei due deve essere certamente il colpevole.

Tutta questa morbosità mi ha subito fatto pensare a Bruno Vespa (non me ne voglia, per carità) e al suo Porta a Porta. Ai suoi inquietanti plastici, alle ricostruzioni minuziose dei delitti, al profilo psicologico del presunto colpevole tracciato dal solito psicologo o psichiatra di turno invitato in trasmissione, ai contributi in video che ripercorrono le tappe fondamentali della vicenda e della vita dei protagonisti, alle interviste agli amici, ai parenti, alla gente per strada, all’opinione pubblica. C’è molto Pirandello in tutto questo, e c’è molto di tutto questo in Pirandello. Era inevitabile, dunque, fare questo accostamento.

Consideriamo poi che lo spettacolo doveva essere destinato ad un pubblico giovane, di studenti, che purtroppo sappiamo non essere molto avvezzi al teatro e che, messi di fronte ad una rappresentazione classica di Pirandello si annoierebbero a morte, non la capirebbero, e non certamente per mancanza di capacità, ma solo perché non si riconoscerebbero in quel mondo così antico e un po’ borghese, così lontano dal loro, che viene solitamente rappresentato nelle opere di Pirandello. E’ un mondo, quello, che non fa parte della loro quotidianità, della loro vita di tutti i giorni. Quei personaggi sono troppo distanti, troppo diversi dalle persone con cui solitamente entrano in contatto e, dunque, non troverebbero alcuno stimolo per cercare di entrare dentro la storia, comprenderla e viverla insieme agli attori. Questa distanza fa sì che essi ergano un muro (una quarta parete al contrario) tra loro e ciò che si svolge in scena. Ed è un peccato, mi sono detta! Perché Pirandello va capito partendo dalla quotidianità. E’ attualissimo e ce lo ritroviamo in ogni cosa che accade. Bisogna solo conoscerlo per riconoscerlo e apprezzarlo e comprenderlo.

L’obiettivo che mi sono, dunque, posta con questo spettacolo era proprio quello di fare in modo che i giovani riconoscessero Pirandello nella loro vita di tutti i giorni, che fossero stimolati a comprenderlo e ad apprezzarlo e a riconoscerne tutto il suo fascino. Questo è possibile trasformando quei personaggi in persone che loro sono abituati a vedere tutti i giorni, in tv ma anche nella loro quotidianità. Siamo nell’era dei talk-show, del Talent, della Vita in Diretta, della spettacolarizzazione delle tragedie umane, delle maschere, della verità tradotta, trasformata e deformata dalla tv, ed è proprio di questo che ci parla Pirandello.

Questo spettacolo mi sembrava il modo migliore per iniziare un percorso che mi permettesse di avvicinare i giovani a Pirandello, attualizzandolo senza però tradire i temi a lui tanto cari e senza tradire il suo linguaggio.

Mi sono avvicinata a questo testo con grande rispetto. Sono intervenuta sulla forma della messa in scena, quindi solo sul suo aspetto esteriore, lasciando inalterati i contenuti e invariati i significati profondi. Mi sono attenuta fedelmente al testo originale senza cambiare neanche una virgola, limitandomi solo ad un lavoro di smontaggio e rimontaggio delle scene, tagliando e sfrondando solo quelle parti e quei personaggi che non erano strettamente necessari al racconto della vicenda, spostando battute da un personaggio ad un altro per dare più forza e credibilità al gioco teatrale.

Il personaggio di Laudisi, ovviamente, qui diventa il conduttore del talk-show. Egli ha il compito di condurre per mano gli spettatori nella comprensione di questa vicenda giocando a costruire certezze (salvo smontarle e distruggerle un attimo dopo), a generare domande senza però fornire mai risposte, a creare illusioni, insinuare dubbi, sospetti. Nello stesso tempo, però, spiega e chiarisce alcuni aspetti oscuri del pensiero pirandelliano, servendosi anche dell’umorismo, per aiutare nella comprensione di quei concetti complessi a cui Pirandello, continuamente, ci sottopone.

Lo spettacolo, dunque, gioca a costruire e distruggere certezze, erge castelli che butta giù un attimo dopo, lasciando continuamente lo spettatore spiazzato e disorientato.

Oltre ai quattro personaggi principali della vicenda (Laudisi, la signora Frola, il signor Ponza e, infine, la signora Ponza, rispettivamente interpretati da Giovanni Nanfa, me stessa, Paolo La Bruna e Silvia Li Vigni) ho voluto tenere in vita almeno alcuni degli altri personaggi che ruotano intorno alla vicenda.

Le prime ospiti invitate in studio a parlare di questo avvenimento che ha sconvolto gli abitanti di Valdana, sono la signora Amalia, moglie del consigliere Agazzi (superiore del signor Ponza),e sua figlia Dina. Poi sarà la volta dei coniugi Sirelli e della signora Cini. Loro danno voce ai pettegolezzi, a ciò che si dice in giro, ai commenti, alle supposizioni. Servono da prologo, danno la misura dello scompiglio che si è venuto a creare in paese, ognuno dice la sua, dicono e si contraddicono continuamente. Questi sono fondamentali per introdurre i due personaggi che rappresentano il nucleo della vicenda: la signora Frola e il signor Ponza, suocera e genero, i quali ad un certo momento cominciano ad avvicendarsi in scena ogni volta accendendo una nuova luce sulla loro storia, ognuno con la sua verità non meno vera di quella dell’altro, ogni volta smontando le certezze e le convinzioni che avevamo costruito assistendo alla scena precedente. Sono personaggi dall’enorme umanità, prorompente, così forte da risultare assolutamente credibili e convincenti e da farci dubitare ogni volta dell’autenticità dell’altro, fino al punto in cui nessuno è più in grado di capire chi dei due abbia ragione, dove stia la verità. Verità che resterà sospesa, fino alla scena finale, quando la signora Ponza, che finalmente dovrebbe chiarire ogni dubbio, ci lascia invece con un dubbio ancora più grande e con l’unica certezza che questo dubbio non verrà mai chiarito, perché appunto così è… se vi pare!

Informazioni su virginiaalba

Attrice di teatro. Autrice di testi teatrali. Regista. Speaker - Italian Voiceover
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