Essere bravi a sembrare bravi

Ho visto gente ostentare tanta di quella cultura, che sotto ai loro occhi vedevi solo borse di studio. E’ la gente brava a sembrare brava. E’ quella che in Italia va avanti e ha successo.

Esistono 4 categorie di persone:
Quelli che sono bravi e che sembrano bravi;
Quelli  che non sono bravi ma sono bravi a sembrare bravi, quindi comunque sono bravi;
Quelli che sono bravi ma che non sembrano bravi;
Quelli che non sono bravi  e che non sembrano bravi.

Quelli bravi che sembrano bravi, sono quelli che sono bravi nella loro professione e che sanno anche vendersi bene. Nessuna truffa quindi! Presentano e vendono con maestria un prodotto che vale!
Quelli che non sono bravi ma sono bravi a sembrare bravi, invece, sono quelli che vendono fumo. Qui la truffa c’è, ma non è detto che venga mai scoperta! La gente, lo sappiamo, si lascia confondere dalla forma. Questi individui sono bravi ad assumere la forma dei bravi! Sono dei bravi simulatori. Non tutti (nessuno!) vanno a guardare cosa c’è dentro a quella forma. Se hai assunto la forma e le sembianze di uno bravo sembri davvero bravo, e questo basta! Basta ad avere successo!
Queste prime due categorie avranno successo nella vita, le altre due no.

Nessuno ha voglia di perdere del tempo per scoprire se uno che sembra bravo sia davvero bravo. Chi se ne frega? L’importante è che ne abbia l’aria, l’aspetto, il portamento, i modi di fare, di parlare, di gesticolare. E poi, diciamolo, uno che non essendo bravo riesce a sembrarlo, è uno davvero bravo! Non è mica facile! Io non ci riesco. Non riesco a sembrare brava, dico. Lasciamo perdere se io lo sia o meno, la cosa fondamentale è che io non so sembrarlo. Non ho questa capacità. Perché ho uno schifosissimo senso dell’onestà, una forte autocritica e una sobrietà nei comportamenti che mi fa restare sempre un passo indietro. Mannaggia a me!

Quelli che sembrano bravi, di solito insegnano. Tutti! Sia i bravi reali che quelli simulati. Di più quelli simulati.
Tutti pensano che se uno insegna deve essere bravo. Per forza! Se uno insegna è perché ha qualcosa da insegnare agli altri. Se uno ha qualcosa da insegnare agli altri, vuol dire che ne sa più degli altri. Quindi è bravo. E’ matematica, signori!

Da queste “scuole” tenute da insegnanti che non sono bravi ma che sembrano bravi, a loro volta, usciranno individui che non saranno bravi, ma una cosa l’avranno imparata: a sembrare bravi! E si metteranno, ovviamente, anche loro ad insegnare!

Quello che mi chiedo è: quando tutti si metteranno ad insegnare e non rimarrà più nessuno a cui insegnare… a chi insegneranno?…

 

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La morte ai tempi di Facebook

Uno dei motivi per cui sono uscita da Facebook è che non voglio morirci. La morte ai tempi di Facebook ha del macabro. Mi sono resa conto, nel tempo, di avere tra i contatti un sacco di cadaveri. Se muori, la tua bacheca fb diventa la tua tomba. Resti sepolto lì, sotto un cumulo di messaggi più o meno sinceri di gente che esprime tutto il suo cordoglio, la sua sofferenza per la tua mancanza, la sua costernazione per la tua improvvisa dipartita. Nessuno potrà più entrarci dentro quell’account, se non conosce la tua password. Nessuno potrà mai chiuderlo, disattivarlo, per lasciarti riposare in pace. Non voglio fare questa fine.

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Tre notti

Sono entrata senza una ragione precisa.

Si potrebbe dire che sia stata attratta da qualcosa di impercettibile.
Si potrebbe dire che sia stata tirata e attirata da un filo invisibile e che la mia forza e la mia volontà non abbiano avuto ragione su di esso. Si potrebbe dire che una forza oscura mi abbia trascinata all’interno di quel luogo… certo, si potrebbero dire tante cose. Qualcuno potrebbe per caso impedirmi di dire qualunque cosa? Sarei libera di dire questo ed altro se lo volessi… ma non lo dirò!
Dirò, invece, che sono entrata solo perché mi andava di farlo, semplicemente. E lui era lì, in mezzo a tanti altri.

Ed io l’ho guardato una volta e poi ho distolto lo sguardo, ma poi l’ho guardato di nuovo e ancora ne ho guardati altri.
Ma quando i miei occhi si sono posati su di lui per la terza volta ho capito che la mia curiosità andava oltre i primi tre sguardi. Avevo bisogno di sapere di più di quello che mi arrivava semplicemente dalla percezione visiva, volevo andare a fondo, superare la superficialità e arrivare all’essenza.
E così mi sono avvicinata a lui, solo a lui, e tutti gli altri hanno smesso di esistere!

Perché proprio lui? E chi può saperlo!
Cosa mi ha attirato in lui? Non lo so, davvero!
So soltanto che se ne stava lì a guardarmi proprio come tutti gli altri, ma solo lui ha attirato la mia attenzione, sebbene non fosse il migliore, almeno non apparentemente.
Ce n’erano degli altri che a prima vista sembravano anche più belli, sì insomma, si presentavano decisamente meglio, promettevano meraviglie nascoste tutte da scoprire, sembravano potenzialmente più soddisfacenti.
Ma io difficilmente mi lascio corrompere dall’esteriorità, diffido sempre della superficie delle cose.
Non credo si tratti di un mio merito no, non ritengo di possedere un’intelligenza superiore, piuttosto più intuito.
In certi casi mi lascio guidare ciecamente dall’intuito, dall’istinto primordiale e, sarà anche un caso non dico di no, ma difficilmente mi sbaglio.

Tutti i miei incontri di questo tipo sono sempre andati a meraviglia, hanno sempre superato le aspettative, qualche volta le hanno semplicemente rispettate… ma mai deluse.
E’ come se in determinati periodi della mia vita mi si sviluppasse uno speciale sensore, come un’antennina invisibile che comincia a fare beep! beep! non appena mi avvicino a quello che inconsapevolmente sto cercando, a quello di cui ho bisogno.
Ed è accaduto anche stavolta!

E’ bastato uno sguardo (veramente ce ne sono voluti tre… ma il primo è stato quello decisivo!) e ho deciso che lo volevo, che lo desideravo ardentemente, che era di lui che in quel momento avevo bisogno, che dopo averlo visto non avrei più potuto farne a meno… e così me lo sono portato a casa!
L’ho lasciato ad aspettarmi in camera da letto e sono andata a farmi una doccia.

E intanto pensavo a come sarebbe stato…

E se questa volta avevo sbagliato tutto?
Se il mio intuito questa volta non fosse stato all’altezza della scelta?
Se non mi avesse soddisfatta?
Se fossi rimasta terribilmente delusa?

Certo, sapevo bene di correre questo rischio e lo sapevo anche quando avevo deciso di portarmelo a casa, ero perfettamente consapevole di quello a cui andavo incontro, ma ormai era lì che mi aspettava… e non potevo più tirarmi indietro!

Certo… avrebbe invece potuto rivelarsi straordinario, avrebbe potuto trascinarmi verso orizzonti mai sognati, mondi mai immaginati, piaceri mai sperati.
Avrei potuto ritrovarmi a vivere una storia sorprendente, coinvolgente ed eccitante, oppure noiosa e banale… chissà!

Ho chiuso i rubinetti con la voglia di prolungare la mia permanenza in bagno.
Avevo paura. Paura di essermi sbagliata.
Non me lo sarei perdonato, non ora!
Avevo troppo bisogno di entrare in un mondo denso di piaceri… o di tormenti!…
Che poi è la stessa cosa: il piacere del tormento, ecco di cosa avevo bisogno!

Ho indossato l’accappatoio e ho indugiato a lungo nell’asciugare per bene ogni piega del mio corpo. Sono rimasta lì, ad accarezzarmi dolcemente con l’accappatoio con gli occhi chiusi, con la mente pronta a sprofondare nel buio abissale di una nuova storia.
Ho riaperto gli occhi e col cuore in subbuglio ho indossato la camicia da notte: bianca. Per l’occasione.

In questi casi indosso sempre una camicia da notte bianca.

E’ un modo per consegnarmi in tutta la mia purezza: come una vergine, come una pagina tutta da scrivere, come una tela tutta da dipingere, come una sposa da amare!

Sono entrata in camera da letto in punta di piedi… e lui era lì, proprio dove lo avevo lasciato io, fisso nel suo caparbio mistero, pronto a svelarsi a me.
L’ho guardato ancora, a lungo, senza avvicinarmi. Poi ho teso una mano e l’ho afferrato.
L’ho accarezzato e volevo prolungare ancora l’attesa, non volevo che mi si svelasse subito, volevo pregustare il momento in cui sarebbe finalmente stato mio, il momento in cui sarebbe entrato in me, nella mia mente, nel mio cervello, nel mio sangue…!
Si è lasciato toccare… e prima che me ne rendessi conto… si è aperto e anch’io mi sono aperta a lui.

E la pagina veniva scritta e la pagina veniva letta e i colori venivano assorbiti dalla tela e la sposa perdeva la sua verginità.
Ed è stato lungo denso intenso non so quanto sia durato. Ci siamo divorati!
Non riuscivo a staccarmi da lui, non volevo che mi abbandonasse al sonno, volevo continuare ancora e ancora per tutta la notte, fino a consumarlo, finirlo e ricominciare da capo e ancora e ancora e ancora…! Finchè non è sopraggiunto il sonno.
E dal sogno dell’incoscienza vigile sono passata a quello dell’incoscienza onirica.

Tre notti. E’ durato tre notti.

Tre notti durante le quali ha avuto il potere di cancellare la mia vita, la mia identità, la mia realtà.
Tre notti durante le quali si è trasformato nel mio mondo e ha trasformato il mio mondo, la mia essenza, i miei sogni.
Tre notti. Solo tre notti.
E poi… è finito tutto!
E’ finito. L’ho finito. Esaurito. Chiuso!

Ogni cosa ha un inizio e una fine, soprattutto questo genere di cose, ed io questo lo so, da sempre, ma non mi ci abituerò mai!

E alla fine finisce sempre che finisce!…
Ed io rimango immersa in un profondo senso di mancanza di assenza di annaspamento di svuotamento
e scivolo dal bordo del precipizio e mi dimeno nel vuoto
e l’unico appiglio che riesco a trovare è il ricordo e ripercorro mentalmente ogni passo ogni parola ogni svolta decisiva.

Ma il lutto dura poco, come sempre!

E alla fine, come sempre, mi sveglio una mattina con un’energia tutta nuova, mi guardo allo specchio e mi dico: La vita continua! Si ricomincia!
E mi vesto con cura, ed esco di casa intrisa di una nuova speranza, e torno lì: ne troverò un altro, forse anche migliore!
E così ho fatto anche stavolta… e l’ho visto!

Ma questa volta… sono stata attratta da qualcosa di razionale: il nome dell’autore…
…lo stesso di prima!…
… e non ha funzionato!

Una delusione! Una noia!
Avevo l’impulso di lasciar perdere dopo le prime dieci pagine, ma ho voluto andare avanti…
Non è possibile! – mi dicevo – non può essere così insulso, così poco intrigante, così banale, così… deludente!

Nella scelta di un libro non devo mai lasciarmi guidare da un motivo razionale, devo fidarmi solo dell’istinto!
Me ne devo ricordare.
Per la prossima volta.
E per sempre!

 

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ImmagineHo visto Transcendence e non mi è piaciuto. Lo dico subito senza girarci intorno. Avevo già visto Her e l’ho adorato. Lo so che non sono paragonabili e che il tema è lo stesso solo di passaggio. Her è emozione, Transcendence è l’anti-emozione. Il film non è fatto male, considerando che Wally Pfister, il regista, è alla sua opera prima. Ha un’ottima fotografia e bellissimi effetti speciali. E’ sbagliata la scelta degli attori, secondo me. Io amo Johnny Depp, ma non era l’attore giusto per questo ruolo. Rebecca Hall, poi, non si può guardare: l’antifemminilità nonostante non sia per niente brutta.

Sono stata, per tutta la durata del film, a chiedermi: cos’è che non me lo fa piacere? Eppure è un film molto bello, il tema è affascinante, è fatto benissimo… ma c’è qualcosa che mi infastidisce. E’ piatto nei sentimenti. E’ monotono, monocorde, ecco cos’è. Un attore come Johnny Depp è sprecato in questo ruolo dove non può giocare con la sua straordinaria espressività, relegato per metà del film in una immagine da ologramma. Ci avrei visto bene un Mads Mikkelsen, maestro nel giocare con una vasta gamma di microespressioni facciali quando si diverte a fare l’inespressivo (è vero che per ora ho una cotta furiosa e violenta nei confronti di questo attore, ma credo di essere obiettiva nel dire questo). Insomma, io non sono una critica cinematografica e non voglio nemmeno tacciarmi per tale, il mio è un giudizio da profana, da spettatrice ignorante che ama il cinema e che vede un sacco di film e che ragiona di pancia. Ebbene, alla mia pancia questo film non è piaciuto.

 

Pubblicato il da virginiaalba | 6 commenti

Gap generazionale

Ovvero il conflitto naturale, fisiologico, necessario persino, tra persone di generazioni diverse. E’ noto quello tra genitori e figli.
Meno noto e meno comprensibile quello che io vivo tra me e me.

Sissignori! Dentro me si agitano due me: quella irreale che si è fermata all’età di 20 anni, incurante degni anni che passano, e quella reale che ha gli anni che ha.
Come se ne esce? Non se ne esce.

Lo vivo da qualche anno, o meglio da qualche anno me ne sono resa conto. E non è stata una bella scoperta!
E’ accaduto che un giorno, e non saprei dire quando come e perché, ho preso coscienza improvvisamente e senza preavviso dell’età che avevo. E’ stato un colpo atroce. Una doccia fredda. Un fulmine a ciel sereno. Sono caduta in uno stato pietoso. Mi ripetevo continuamente: com’è potuto accadere? Fino a ieri avevo 10 anni di meno!… Non riuscivo a trovare una spiegazione plausibile. Io tutti quegli anni che erano passati, non li avevo sentiti passare. Un buco nero nella mia memoria. Eppure in tutti quegli anni ne erano successe di cose!

Questo è accaduto parecchi anni fa. Da allora è una crisi continua. Entro ed esco a intermittenza da crisi che oscillano tra quelle che possiamo definire adolescenziali tardive e quelle da senilità precoce. Non sento mai, però, di avere l’età che realmente ho: mi sento sempre molto più giovane o molto più vecchia. Probabilmente avrei bisogno di entrare in analisi e forse prima o poi lo farò.

Quello che però mi consola, è che non sono l’unica. Mi guardo intorno tra i miei coetanei e vedo che è un disturbo comune alla mia generazione, cioè di quelli nati più o meno tra il 1968 e il 1975. Cosa è successo in quegli anni? Cosa ci davano da mangiare le nostre mamme? Quali strani influssi astrali abbiamo subito? Cosa accadeva nei cieli in quegli anni? Perché non vogliamo crescere? Perché non invecchiamo serenamente come hanno fatto i nostri genitori e prima di loro i nostri nonni? Perché continuiamo a vestirci e a parlare da ventenni? E cadiamo nella depressione più nera quando i veri ventenni di oggi ci trattano da vecchi? La verità è che il nostro linguaggio e il nostro abbigliamento saranno pure da ventenni, ma da ventenni di vent’anni fa!

Anche noi entriamo in conflitto con i nostri figli, ma solo perché ci sembrano tremendamente vecchi e seri. E’ un conflitto generazionale inverso. Siamo più immaturi dei nostri figli, con un bagaglio, però, di esperienze che loro ancora non hanno. E di queste esperienze che ce ne facciamo? Vorremmo usarle per essere loro amici, per aiutarli a superare le loro crisi, visto che quelle crisi noi mica ce le ricordiamo semplicemente come le ricordavano i nostri genitori, no!  Noi quelle crisi le stiamo addirittura ancora vivendo!
E così siamo tutti disorientati, tanto noi quanto loro. Noi perché non vogliamo accettare di essere vecchi e loro perché non vedono in noi punti di riferimento, ma esseri addirittura più fragili di loro che avrebbero bisogno di protezione e comprensione. E quando ci rendiamo conto di questo e prendiamo in mano la situazione facendo i genitori (o almeno provandoci), non siamo credibili. E loro ci ridono in faccia. E hanno pure ragione!

Siamo un po’ patetici, diciamolo!
Ma siamo tanto simpatici!…

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La proprietà di linguaggio

Certo è che se dovessimo proprio dirla tutta… non basterebbe una vita intera. Diciamone, dunque, un po’ alla volta.

Perle di saggezza, di verità, pezzetti di vita vissuta, sputacchietti di pensieri, riflessioni, di onesta analisi di perturbamenti interiori ed esteriori, ovviamente di parte. La mia parte. Ché la voglia di dire non manca. Manca il tempo. Manca la capacità di sintesi. Mancano le parole giuste, la proprietà di linguaggio.

Che bella frase… la proprietà di linguaggio. Ché già avendola ti senti ricco. Un ricco proprietario di parole. Che con generosità ne dispensa a chi ne è povero.

Ci sono i poveri di spirito e i poveri di linguaggio. Poveri loro! Quante occasioni perse per non saper dire. Quanti amori mancati, amicizie sfuggite di mano, occasioni di lavoro perdute, importanti rapporti umani passati sotto il naso e sfuggiti per un soffio, un soffio sonoro, un soffio articolato in parole, le giuste parole.

Quindi ho deciso cosa farò da grande: sarò una ricca proprietaria di linguaggio!

Intanto mi accontento dell’uovo di pasqua.

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Vi racconto il mio spettacolo. Così è (se vi pare)… Show!

Così è (se vi pare) ... Show!

 

Voglio raccontare, su questo blog nuovo di zecca (che si dipanerà, tra il serio e il faceto, tra la mia voglia incontenibile di esprimermi e raccontarmi e la serietà e l’impegno nei confronti del lavoro che svolgo), cosa mi ha portata alla scelta e alla messa in scena di questo riadattamento di Così è (se vi pare) di Luigi Pirandello.

Lo faccio partendo dal titolo, il quale ha subito una leggera trasformazione rispetto all’originale diventando Così è (se vi pare)… Show!

Ed è proprio questa parolina aggiunta che racchiude il senso di questa operazione. Show nel senso di spettacolo e, in questo caso, di spettacolo televisivo. Più precisamente Talk-Show.

L’idea era molto affascinante per me: partire dal tema pirandelliano della verità e del suo relativismo (poiché non esiste, secondo Pirandello, una verità oggettiva assoluta e uguale per tutti, ma tante verità soggettive e individuali diverse e anche discordanti l’una dall’altra, ma non per questo meno degne di essere prese in considerazione, generando così un relativismo delle forme, delle convenzioni e dell’esteriorità) e inserirlo all’interno di una scatola televisiva, che è appunto il talk-show, che di questa relatività e di questa rappresentazione esteriore della verità vive e si nutre, generando a sua volta una forma di verità ancora diversa e ancora più relativa perché deformata e filtrata dal mezzo televisivo che per sua natura genera mostri. Li genera e vi si nutre, sbattendoli in prima serata dentro le case di telespettatori che a loro volta sono sempre più avidi proprio di questi mostri.

Rileggendo il testo originale di Pirandello, la prima cosa che mi è saltata agli occhi è proprio la morbosità del contesto che gira attorno ai personaggi della vicenda. Tutta una popolazione di amici, vicini, parenti, sconosciuti, semplici conoscenti, tutti però assolutamente concordi nel voler sapere, indagare, nello spettegolare, nel commentare, nell’inventarsi trame, nel volere a tutti i costi trovare un colpevole: chi è pazzo dei due? la signora Frola? O il signor Ponza? Uno dei due deve esserlo certamente. Uno dei due deve essere certamente il colpevole.

Tutta questa morbosità mi ha subito fatto pensare a Bruno Vespa (non me ne voglia, per carità) e al suo Porta a Porta. Ai suoi inquietanti plastici, alle ricostruzioni minuziose dei delitti, al profilo psicologico del presunto colpevole tracciato dal solito psicologo o psichiatra di turno invitato in trasmissione, ai contributi in video che ripercorrono le tappe fondamentali della vicenda e della vita dei protagonisti, alle interviste agli amici, ai parenti, alla gente per strada, all’opinione pubblica. C’è molto Pirandello in tutto questo, e c’è molto di tutto questo in Pirandello. Era inevitabile, dunque, fare questo accostamento.

Consideriamo poi che lo spettacolo doveva essere destinato ad un pubblico giovane, di studenti, che purtroppo sappiamo non essere molto avvezzi al teatro e che, messi di fronte ad una rappresentazione classica di Pirandello si annoierebbero a morte, non la capirebbero, e non certamente per mancanza di capacità, ma solo perché non si riconoscerebbero in quel mondo così antico e un po’ borghese, così lontano dal loro, che viene solitamente rappresentato nelle opere di Pirandello. E’ un mondo, quello, che non fa parte della loro quotidianità, della loro vita di tutti i giorni. Quei personaggi sono troppo distanti, troppo diversi dalle persone con cui solitamente entrano in contatto e, dunque, non troverebbero alcuno stimolo per cercare di entrare dentro la storia, comprenderla e viverla insieme agli attori. Questa distanza fa sì che essi ergano un muro (una quarta parete al contrario) tra loro e ciò che si svolge in scena. Ed è un peccato, mi sono detta! Perché Pirandello va capito partendo dalla quotidianità. E’ attualissimo e ce lo ritroviamo in ogni cosa che accade. Bisogna solo conoscerlo per riconoscerlo e apprezzarlo e comprenderlo.

L’obiettivo che mi sono, dunque, posta con questo spettacolo era proprio quello di fare in modo che i giovani riconoscessero Pirandello nella loro vita di tutti i giorni, che fossero stimolati a comprenderlo e ad apprezzarlo e a riconoscerne tutto il suo fascino. Questo è possibile trasformando quei personaggi in persone che loro sono abituati a vedere tutti i giorni, in tv ma anche nella loro quotidianità. Siamo nell’era dei talk-show, del Talent, della Vita in Diretta, della spettacolarizzazione delle tragedie umane, delle maschere, della verità tradotta, trasformata e deformata dalla tv, ed è proprio di questo che ci parla Pirandello.

Questo spettacolo mi sembrava il modo migliore per iniziare un percorso che mi permettesse di avvicinare i giovani a Pirandello, attualizzandolo senza però tradire i temi a lui tanto cari e senza tradire il suo linguaggio.

Mi sono avvicinata a questo testo con grande rispetto. Sono intervenuta sulla forma della messa in scena, quindi solo sul suo aspetto esteriore, lasciando inalterati i contenuti e invariati i significati profondi. Mi sono attenuta fedelmente al testo originale senza cambiare neanche una virgola, limitandomi solo ad un lavoro di smontaggio e rimontaggio delle scene, tagliando e sfrondando solo quelle parti e quei personaggi che non erano strettamente necessari al racconto della vicenda, spostando battute da un personaggio ad un altro per dare più forza e credibilità al gioco teatrale.

Il personaggio di Laudisi, ovviamente, qui diventa il conduttore del talk-show. Egli ha il compito di condurre per mano gli spettatori nella comprensione di questa vicenda giocando a costruire certezze (salvo smontarle e distruggerle un attimo dopo), a generare domande senza però fornire mai risposte, a creare illusioni, insinuare dubbi, sospetti. Nello stesso tempo, però, spiega e chiarisce alcuni aspetti oscuri del pensiero pirandelliano, servendosi anche dell’umorismo, per aiutare nella comprensione di quei concetti complessi a cui Pirandello, continuamente, ci sottopone.

Lo spettacolo, dunque, gioca a costruire e distruggere certezze, erge castelli che butta giù un attimo dopo, lasciando continuamente lo spettatore spiazzato e disorientato.

Oltre ai quattro personaggi principali della vicenda (Laudisi, la signora Frola, il signor Ponza e, infine, la signora Ponza, rispettivamente interpretati da Giovanni Nanfa, me stessa, Paolo La Bruna e Silvia Li Vigni) ho voluto tenere in vita almeno alcuni degli altri personaggi che ruotano intorno alla vicenda.

Le prime ospiti invitate in studio a parlare di questo avvenimento che ha sconvolto gli abitanti di Valdana, sono la signora Amalia, moglie del consigliere Agazzi (superiore del signor Ponza),e sua figlia Dina. Poi sarà la volta dei coniugi Sirelli e della signora Cini. Loro danno voce ai pettegolezzi, a ciò che si dice in giro, ai commenti, alle supposizioni. Servono da prologo, danno la misura dello scompiglio che si è venuto a creare in paese, ognuno dice la sua, dicono e si contraddicono continuamente. Questi sono fondamentali per introdurre i due personaggi che rappresentano il nucleo della vicenda: la signora Frola e il signor Ponza, suocera e genero, i quali ad un certo momento cominciano ad avvicendarsi in scena ogni volta accendendo una nuova luce sulla loro storia, ognuno con la sua verità non meno vera di quella dell’altro, ogni volta smontando le certezze e le convinzioni che avevamo costruito assistendo alla scena precedente. Sono personaggi dall’enorme umanità, prorompente, così forte da risultare assolutamente credibili e convincenti e da farci dubitare ogni volta dell’autenticità dell’altro, fino al punto in cui nessuno è più in grado di capire chi dei due abbia ragione, dove stia la verità. Verità che resterà sospesa, fino alla scena finale, quando la signora Ponza, che finalmente dovrebbe chiarire ogni dubbio, ci lascia invece con un dubbio ancora più grande e con l’unica certezza che questo dubbio non verrà mai chiarito, perché appunto così è… se vi pare!

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